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WWF: “L’ILLUSIONE NUCLEARE AUMENTA LA DIPENDENZA ENERGETICA ITALIANA E RALLENTA L’AZIONE ANTI-CO2 ”

Posted by lidafirenze su 25 febbraio, 2009

La ricerca per l’energia nucleare ha già bruciato il 90% delle spese destinate a quella su fonti energetiche alternative ai combustibili fossili.

Una pagina NO-NUKE sul sito del WWF

Non più dipendenti solo dal punto di vista delle fonti energetiche, ma anche da quello tecnologico: questo il risultato dell’accordo italo francese sul
nucleare annunciato oggi. A pagare, in tutti i sensi, saranno i cittadini-contribuenti, che vedranno lo Stato sostenere coi loro soldi una
scelta che li penalizzerà sotto il profilo della dipendenza energetica e tecnologica e non consentirà al nostro Paese, ancora per decenni, di attrezzarsi davvero per la lotta contro la CO2 e i cambiamenti del clima, investendo sulle due ricette individuate a livello mondiale, dagli USA all’Europa, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili.

L’Italia non possiede riserve di uranio – per lo più concentrate in Australia e Kazakhstan- e comunque tali riserve sono appena sufficienti ad alimentare gli attuali 440 reattori per 40-50 anni. Quindi le nuove centrali annunciate avrebbero problemi di alimentazione e arriverebbero tardi -come dimostra la vicenda dell’EPR in Finlandia (OL3), ufficialmente in ritardo di 3 anni sui tempi di costruzione e costato almeno 2 miliardi di Euro in più di quanto preventivato. Nato per far fronte agli impegni di Kyoto finlandesi, ovviamente non darà alcun contributo in tal senso perché entrerà in funzione dopo il 2012. L’Italia dipenderà dalla Francia anche dal punto di vista tecnologico, e questo nonostante la precedente fallimentare esperienza del Superphoenix, alla fine chiuso per manifesta inefficienza. Il progetto EPR in Finlandia già mostra enormi problemi dal punto di vista della realizzazione e della sicurezza.
Il WWF ricorda anche che il nucleare in Italia ha problemi enormi di localizzazione, essendo un territorio fortemente sismico, pervaso dal dissesto idrogeologico e con spazi fluviali ancor più ridotti e prosciugati per buona parte dell’anno (fenomeno che aumenterà con l’acutizzarsi dei cambiamenti climatici).
Il nucleare offre un modestissimo contributo al fabbisogno energetico mondiale. Si parla di circa 6,2%, ma questo dato è già sovradimensionato. Il
reale contributo del nucleare è addirittura inferiore a quello dell’idroelettrico (secondo la IEA nel 2006 la produzione idroelettrica ammontava
a 3.121 TWh contro i 2.793 TWh del nucleare). Dalla seguente immagine, tratta dal Key World Energy Statistics 2008 della IEA, è possibile vedere come il contributo sulla quota elettrica dell’idroelettrico (hydro) superi quello del nucleare:

Per il WWF dunque il nucleare non conviene per i tempi, non conviene dal punto di vista economico, non conviene in quanto a emissioni di CO2: ma a chi conviene il nucleare italiano, anzi italo-francese, oltre che alla Francia?
Roma, 24 febbraio 2009
Ufficio stampa WWF Italia
Sul sito del WWF Italia la pagina NO-NUKE dedicata al tema www.wwf.it
Segue:
– ‘scheda informativa: I 6 punti a sfavore del nucleare’
– in allegato: mini-dossier su nucleare in Italia
SCHEDA INFORMATIVA

WWF: 6 PUNTI A SFAVORE DEL NUCLEARE

§ LA FAVOLA DELLA INDIPENDENZA ENERGETICA
L’Italia non possiede miniere di uranio, quindi siamo destinati comunque alla dipendenza da fonti di importazione, così come oggi lo siamo con il petrolio e il gas. Efficienza e fonti rinnovabili: queste sì che le abbiamo in casa nostra!

§ LIMITATEZZA DELLE RISERVE DI URANIO
Tutte le stime relative ai costi non tengono in considerazione la questione della scarsità delle riserve di uranio. Un falso mito, infatti, è connesso
alla presunta abbondanza dell’uranio in natura. E’ vero si che si tratta di un minerale piuttosto diffuso ma solo in concentrazioni infinitesime, tanto
basse da non risultare praticamente sfruttabili. Oggi solo in pochi paesi sono presenti importanti giacimenti e oltre il 50% delle riserve accertate
risultano concentrate in Australia, Kazakistan e Canada. Le riserve di uranio realmente sfruttabili sono sufficienti ad alimentare gli attuali 440
reattori per soli 40-50 anni. Va da sé che si pensasse di sostituire, per la produzione di elettricità, tutta l’energia fossile con quella nucleare occorrerebbe realizzare alcune migliaia di nuove centrali e a quel punto le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di pochissimi anni.

§ IL PROBLEMA DELLA LOCALIZZAZIONE IN ITALIA
Problema risorsa acqua per impianto di raffreddamento, accettazione sociale (vedi caso Scansano), Italia paese sismico ( Francia, Germana, Inghilterra non lo sono).

§ FONDI PER RICERCA SOTTRATTI A TECNOLOGIE FOTOVOLTAICO
Le tecnologie legate a fotovoltaico stanno marciando a passi a gigante. Non si può dire altrettanto per l’energia nucleare che è ancora al palo.
Nonostante questo i fondi destinati a rinnovabili sono assai inferiori a quelli destinati al nucleare.
La ricerca per l’energia nucleare ha bruciato il 90% delle spese di ricerca destinate alle fonti energetiche alternative ai combustibili fossili. La
stessa cifra orientata sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica avrebbe permesso una maggiore emancipazione dalle fonti fossili. La stessa
IEA non prevede alcuna crescita di tale contributo per i prossimi trent’anni, anche perché le riserve di uranio possono consentire ancora pochi decenni di alimentazione delle centrali esistenti. Inoltre le centrali nucleari producono solo elettricità, che rappresenta solo il 15% degli usi finali, mentre il restante 85% è costituito da calore per riscaldamento e processi industriali e da carburanti per i trasporti ai quali il nucleare non può dare nessun contributo.

§ I COSTI
Negli ultimi venti anni c’è stato un forte declino negli ordini di nuovi reattori a causa della discutibile economicità del nucleare. Nonostante
l’industria del nucleare civile operi da mezzo secolo, va notato come, a differenza di altre tecnologie, gli sviluppi di questo settore non abbiano portato ad una maggiore efficienza economica nella realizzazione e gestione degli impianti.
Ad esempio, negli Stati Uniti i 75 reattori costruiti sono costati 145 miliardi di dollari invece dei 45 previsti; gli ultimi 10 reattori costruiti in India hanno avuto un aumento dei costi del 300 per cento in media. Ciò è dovuto sostanzialmente all’aumento medio dei tempi di costruzione dei reattori, a sua volta legato alla necessità di aumentare la sicurezza delle centrali. Tale tempo medio di costruzione è passato da poco più di cinque anni negli anni ’70 a circa 10 anni oggi.

§ IL CASO DI OLKILUOTO IN FINLANDIA
Questo caso sta diventando paradigmatico della dubbia sostenibilità economica degli investimenti nucleari, a causa di ritardi nella costruzione, aumento dei costi e utilizzo inefficace dei sussidi pubblici. Essendo il primo reattore costruito nel mercato liberalizzato europeo dell’energia, nel
2005 quando la costruzione iniziò fu descritto come una prova che l’industria nucleare può competere in questo nuovo mercato in seguito ai miglioramenti tecnologici avvenuti. Per ridurre i rischi per l’acquirente – l’utility finlandese TVO – la società franco-tedesca Areva ha siglato un accordo chiavi in mano a prezzo fisso per la nuova centrale (turnkey
agreement), a prescindere dall’ammontare finale delle spese effettive per il costruttore. Inoltre, l’accordo prevede una multa di 0,2% del costo per ogni settimana di ritardo rispetto alla consegna alla prima criticità prevista entro 48 mesi dalla posa della prima pietra.
Le condizioni favorevoli previste dall’accordo avevano l’obiettivo di dimostrare la competitività dell'”affare” rispetto alle altre opzioni sul mercato.
Già nel primo anno si sono verificati una serie di problemi tecnici e ritardi nella costruzione, resi poi pubblici dall’ente regolatore dell’energia della Finlandia. Dopo 16 mesi di lavori il progetto aveva
accumulato un ritardo di ben 18 mesi, con un aumento dei costi stimato in circa 700 milioni di Euro. Va aggiunto che già nel 2006 in seguito agli anticipi effettuati Areva ha registrato una perdita di 300 milioni di Euro.
Va notato che la Bayerische Landesbank che ha guidato un syndicated loan di 1,95 miliardi di Euro per il progetto – che copre il 60 per cento dei costi – ha applicato tassi estremamente vantaggiosi del 2,6 %. Inoltre le agenzie di credito all’esportazione Coface e SEK hanno garantito operazioni di Areva per 720 milioni di Euro.
Ciononostante il progetto potrebbe causare una forte perdita per Areva ed in prospettiva anche per l’utility finlandese.
La DG Competition della Commissione Europea ha anche indagato sulle particolari condizioni concesse da queste agenzie ad Areva e sulla possibile violazione dei principi di concorrenza nel mercato europeo. E’ chiaro quindi che il progetto Olkiluoto emerge come un sonoro fallimento che mostra la palese incapacità dell’industria nucleare di competere in mercato
liberalizzato dell’energia quale è quello europeo oggi, anche se si tratta di progetti in via di realizzazione in condizioni ottimali e in paesi molto
avanzati sia dal punto di vista economico che in materia di regolamentazioni e sicurezza.

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