LIDA Firenze

Lega Italiana dei Diritti dell'Animale

Sequestrate giacche con pelliccia di gatto

Posted by lidafirenze su 23 ottobre, 2008

IL SECOLO XIX
21 OTTOBRE 2008

L’indagine dei carabinieri
Si allarga il fronte dell’inchiesta dei militari dell’Arma: trovati capi di abbigliamento con peli di felino

Genova – Non solo i capi d’abbigliamento (talvolta giacche apparentemente di marca) confezionati utilizzando i cani, ma anche colletti e foderature realizzate con peli di gatto fanno parte dei “reperti” sequestrati nelle ultime settimane dai carabinieri a Genova. Lo confermano gli esami fatti eseguire dagli specialisti dell’Enpa (Ente nazionale protezione animali) in un istituto specializzato di Cremona, il viatico all’inchiesta della procura che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati di quattro persone, accusate di aver violato una specifica legge del 2004 sul maltrattamento di animali. Denunciati per aver messo in commercio, appunto, vestiti fatti con componenti di cane e gatto e recuperati sui banchi di alcuni mercati rionali cittadini. Quella emersa finora – precisa Rossana Zanardi, responsabile della sezione Enpa nel capoluogo ligure – è la punta dell’iceberg, poiché il fenomeno è  decisamente più esteso. Ed è soltanto la difficoltà nell’individuare istituti dove possano condurre rilievi accurati che sta rallentando le indagini. Senza dimenticare che sarà difficilissimo ripercorrere l’intera filiera e risalire ai produttori o, peggio, alle zone nelle quali gli animali vengono materialmente sterminati per poi impiegarli nell’industria tessile. Gli ultimi rilievi dei militari del Noe (il Nucleo operativo ecologico agli ordini del maresciallo Antonio Sgr) riconducono genericamente a Romania e Sudest asiatico, ma è troppo poco per poter imprimere agli accertamenti un’accelerazione significativa. E Rossana Zanardi non si fa troppe illusioni. I nostri controlli si sono protratti per mesi, almeno fino all’inizio dell’estate scorsa, e soprattutto vanno bel oltre le semplici bancarelle di quartiere. Siamo stati in grandi magazzini, talvolta nel levante, e ci sarebbero, oltre al centinaio di capi sigillati su input della magistratura, decine di vestiti sospetti da controllare. L’impiego di animali domestici consente infatti di abbattere i costi fino al 90% e la concorrenza all’ingrosso è così cancellata. Il problema resta l’accertamento. L’inchiesta condotta dal pm Piercarlo Di Gennaro è di fatto a un punto morto per il costo eccessivo degli esami più dettagliati, che consentano di stabilire senza ombra di dubbio l’utilizzo del “canis familiaris” o del “felis catus”. E gli inquirenti stanno valutando se il gioco vale la candela, ovvero se spendere migliaia di euro pubblici per una serie di controlli che, al massimo, potrebbero far scattare una multa a carico dei responsabili, sempre che questi vengano individuati.  La buona fede dei dettaglianti – chiude Zanardi – è indubbia e alla fine non si condannerà nessuno. Con la paradossale situazione che i pochi test eseguiti a nostre spese certificano i sospetti, ma non si può proseguire poiché condurli su larga scala costerebbe troppo. Fra i reati ipotizzati dalla procura potrebbe configurarsi a breve pure la truffa: in un numero ristretto di casi, infatti, sul colletto confezionato con pelo di cane o di gatto era incollata una targhetta che garantiva l’acquirente: “Quest’abito – era la rassicurazione – non è stato prodotto impiegando animali proibiti”.M. IND.

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